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  Yuppie [ Pagine Thatcheriane ]
         

Redazione:   Alessandro Marchetti (Roma)  
                    

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28 gennaio 2008

Stappa il Prodino

 


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permalink | inviato da Yuppie il 28/1/2008 alle 10:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa



30 novembre 2006

Plutarchea

I DESTINI INCROCIATI DI RUTELLI E VELTRONI
di Alessandro Marchetti per l'Opinione e ilPungolo.com



Vite Parallele
La sindrome di Plutarco. Cosi potremmo chiamare quella strana alchimia che da anni unisce Francesco Rutelli e Walter Veltroni. E’ nella profondità della letteratura classica che sembra riaffiorare una delle tante vite parallele che oggi disseminano la politica italiana. Certo di ben altri onori si tratta rispetto ai cursus honorum affiancati dal poeta latino, tuttavia intatta appare l’aderenza ed il profilo dei protagonisti. 

Le poltrone nel Destino
Del sindaco Walter ormai anche l’uomo della strada sa abbastanza: un passato nella militanza più appassionata con addosso la casacca rossa negli anni ’70, seguita ad un decennio e più trascorso ad occuparsi di stampa e informazione per conto del Pci come d’altronde voleva la tradizione familiare (il babbo Vittorio è stato un senior editor della Rai degli esordi). Lo stesso forse si può dire del vicepremier Rutelli se si pensa che per la militanza è passato anche lui, malgrado su sponde diverse. Quelle radicali prima, quelle ambientaliste poi. Dove però si esaltano le virtù profetiche di Plutarco è certamente nel pieno dei ’90, quando Rutelli e Veltroni si alternano in un gioco di destini paralleli davvero curioso. Anni di ribalte, di facce nuove e dunque, di enfant prodige. Anni che per i nostri, inaugurano un gioco di poltrone tutto particolare. Mentre l’uno si lanciava alla conquista del Campidoglio l’altro studiava da Premier, tanto da andarci vicino nel ’96 con Prodi. Mentre Rutelli si faceva le ossa nella palestra più prestigiosa della politica italiana, Walter Veltroni si alternava a D’Alema alla guida del Bottegone, dove proprio in quegli anni i due sembravano consumarsi in una sottile lotta fra giovani colonnelli. Poi venne il 2001 e maturò il cambio. Veltroni a Roma, con la strada ampiamente spianata dal suo alter-ego, e Rutelli lanciato nel mucchio delle elezioni politiche a far da candidato premier, in bilico fra carrierismo e sacrificio per la causa. Svanito il miraggio dell’alternativa a Berlusconi, se uno è sembrato bruciarsi, l’altro ha reso il Campidoglio la comoda, fortezza politica che gli ha permesso di farsi leader. Dal 9 aprile di quest’anno tutto sembra tornare, con Rutelli rinsavito e non più perdente proprio sulla poltrona su cui si accomodò Veltroni prima di finire, anche lui, a mangiar pane e cicoria come misero segretario del partito. 

La crociata rutelliana
E qui veniamo all’attualità. Quella più recente ci mostra il vicepremier emulare sfacciatamente il sindaco, nella sua veste di ministro dei Beni Culturali. Un vicepremier che non esita ad ingaggiare un braccio di ferro con i musei di mezzo mondo, vuoi perché gli ricorda gli anni appassionati delle battaglie radical-ambientaliste vuoi perché non disdegna il vago sapore patriottico. Con il Getty Museum poi, la faccenda assume contorni quasi eroici: difatti se il ministro Rutelli in questi mesi ha trattato su più tavoli la questione del rimpatrio di opere d’arte, anche avendo la meglio su varie istituzioni culturali estere, con Los Angeles è stato subito chiasso. E scontro. Fin dalle prime battute, si è avuta l’impressione di una crociata da portare a termine: prima un memorandum d’intesa, datato 5 ottobre, per la restituzione di ventisei opere delle cinquantadue rivendicate da Roma perché trafugate, ma esposte dal Getty. Da lì la stizza del ministro che ha prima sconfessato l’intesa raggiunta a Roma con i legali del museo, e poi rilanciato con la minaccia dell’“embargo culturale” in caso non si fosse restituito anche gli altri pezzi (fra questi la celebre Venere di Morgantina e l’Atleta in bronzo di Lisippo). Alle reiterate intransigenze di Rutelli ha risposto il direttore Michael Brand con una lunga lettera, che ha alternato tristezza e sgomento per il mancato accordo, a una disponibilità al dialogo col governo italiano. Oramai però Rutelli sembra averci preso gusto. Oltre a ribadire l’impossibilità di ogni forma di collaborazione con l’ente americano, il ministro non esita a lanciare i suoi “imperativi morali” pieni d’effetto: “Non esponete opere rubate”. 

Il vicepremier e la sua Sigonella
C’è di più. Secondo il suo dicastero, la trattativa interrotta e le due statue della discordia non sarebbero tutto, in quanto non tengono conto di altri pezzi antichi, circa 250, di cui viene contestata l’appartenenza. Arringa, rilancia, sventola cataloghi e fotografie anche sotto il naso della stampa americana. Parla di acque territoriali e di furti al patrimonio italiano il ministro, che su queste barricate pare abbia quasi creato la sua piccola Sigonella. Senza dubbio, un formidabile palcoscenico politico: in fondo non si poteva desiderare di meglio per il rampantismo sopito di Rutelli, il quale dimostra di non voler tradire il destino che Plutarco gli ha cucito addosso su immagine e somiglianza del suo dioscuro Veltroni. Dopo le aperture su ferie e vacanze, le convention con il Fai e la Confindustria (presente anche il sindaco di Roma), ora il ministro si tiene stretta la sua piccola battaglia nazional-popolare. Polemica che, giocoforza, lo rende interprete di un vasto sentimento di rivalsa, ampiamente sotteso nell’opinione pubblica italiana: nei toni e nelle espressioni Rutelli è abile nel solleticare il senso di appartenenza più genuino degli italiani, meglio ancora se aizzato contro lo storico alleato Usa. 

Quando il carrierismo è tutta salute
Tuttavia, dati alla mano, è un fatto che nei sei mesi di governo trascorsi ai Beni culturali sia maturata una controtendenza positiva in fatto di iniziativa ed efficienza amministrativa; ad oggi Francesco Rutelli è decisamente il “meno peggio” nella compagine ministeriale guidata da Romano Prodi. Gradimento, che deve anche al suo rinnovato impegno per turismo e tutela del patrimonio. Facile, direbbe qualcuno: basta creare dei piccoli casi, fare attrito con tutto ciò che è a stelle e strisce, ergersi vittima per poi specularci su e far carriera. Eppure non è da tutti gestire con sapienza conferenze stampa e comunicati battaglieri, soprattutto se orchestrati nel più totale e splendido dei silenzi. Quello del palazzo, per tutto ciò che è patrimonio nazionale. In ogni caso il ministro ha il destino segnato dalla sindrome plutarchea; così spietata nel tracciare carriere parallele che difficilmente brucerà ancora chi ha mangiato per anni il suo pane e cicoria. Per questo e per chissà quanti altri motivi, non ce la sentiamo di condannare certe intemerate. Fosse sempre per una simile causa, ben vengano l’arguzia e l’arrivismo dei Rutelli.




permalink | inviato da il 30/11/2006 alle 15:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa



9 novembre 2006



ALTRA GITA PER LE GIUNTE CAMPANE. DOPO NEW YORK, TUTTI IN RUSSIA
di Alessandro Marchetti per
l'Opinione


Altro che Columbus Day
Ce li ricorderemo come i Campania days. Quelli dell’emergenza rifiuti, quelli della “missione” statunitense organizzata da Sandra Mastella, ma soprattutto quelli della tragica conta dei morti ammazzati per strada in nome dell’anti-Stato. Lo stesso che in questi giorni ha costretto a maxi vertici di sicurezza e ad altri rimedi estremi da calamità nazionale, come non si vedevano dagli anni drammatici della campagna contro il pool anti-mafia a Palermo; non a caso qualcuno ha scritto che, a differenza di quella stagione, qui lo Stato sembra aver perso. Non è un esercizio qualunquista quello che ci porta a veder incrociate nella metastasi che sembra travolgere la Campania, alcune delle disfunzioni strutturali più famose, anzi famigerate, del nostro sistema-Paese. 

L'immagine di una classe dirigente
In ogni caso, un’eclissi del principio di legalità. In un panorama simile, in cui appunto un’intera Regione sembra sprofondare nell’oblio di un oscuro “anti-sistema”, cosa ci si aspetta dalla classe dirigente? Quale atteggiamento è consigliabile per un amministratore locale? In Campania non hanno dubbi.
In settimane in cui il cittadino ha visto i poteri pubblici impotenti di fronte all’allarme rifiuti, screditati dall’intervento straordinario della Protezione Civile e le strade di Napoli occupate da cadaveri e dominate dall’anti-Stato, ci voleva il coraggio di Bassolino e di donna Lonardo-Mastella. 

Nuovo giorno, nuovo gita 
A loro non è bastato tutto questo; non il clima di totale abbandono in cui vive la gente in Campania, per frenare la voglia matta del Consiglio Regionale, della Giunta e di alcune amministrazioni provinciali, di fare festa. L’ultimissima pare non sia stata la trasferta italo-americana organizzata dal Consiglio Regionale di Sandra Lonardo la prima settimana di ottobre, bensì il bluff consumatosi con l’ennesimo viaggio promozionale che la Giunta Bassolino avrebbe indetto nel periodo fra il 27 e il 31 ottobre. Si dice, per le imprese campane e il loro export. Destinazione, Russia. Alla modica cifra di un milione di euro e, come fu per la parata italo-americana, con la presenza minima o nulla degli imprenditori. Per chi se ne fosse scordato la volta della grande parata del Columbus Day risultò, anche dai conti presentati alla stampa dalla stessa Sandra Lonardo, che il viaggio richiese una spesa pari a sessantamila euro circa, a cui si devono aggiungere le risorse attinte dai fondi strutturali europei (destinati ai Progetti Operativi Regionali). Questi ultimi non sono briciole, dato che ammontano a circa trecentomila euro solitamente impiegati per rilanciare le Pmi campane. “La parata tradizionale sulla Fifth Avenue, ha rappresentato il momento di maggiore visibilità dell’intera manifestazione” ha dichiarato al termine il presidente del Consiglio Regionale. Bene. Peccato che allora, a sfilare nella Quinta strada, di imprenditori non c’è ne fosse neanche l’ombra.
Stavolta anche grazie alla denuncia puntuale dell’Indipendente, brillantemente diretto da Antonio Galdo, la Regione Campania ha fatto molto di meglio. Non solo è riuscita a stanziare un milione di euro per la trasferta a San Pietroburgo (esclusi i costi d’alloggio a carico dei singoli imprenditori), ma delle ventitré aziende partecipanti ha potuto garantire l’esposizione dei prodotti solo a cinque, per giunta senza stand e strutture adeguate.

Manuale di amministrazione pubblica
Dietro un tale capolavoro di mala-gestione c’è quanto di più esemplare possa offrire un’amministrazione regionale: un organo, l’Ente Regionale per lo Sviluppo delle Attività Artigianali che oltre a gonfiare inutilmente i bilanci della Giunta, non avrebbe neppure titolo a occuparsi di iniziative simili, normalmente gestite da un’altra agenzia (Sprint Campania). Visto lo scenario di cui sopra, come minimo, siamo al trionfo del cattivo gusto. In una situazione simile, in cui si fondono ogni tipo di violazione ai principi costituzionali in fatto di pubblica amministrazione, non dispiacerebbe un intervento del Governo; il quale nel darsi da fare per reperire i fondi da mettere in Finanziaria, ha dovuto tagliare le risorse anche alle forze dell’ordine. Le stesse che oggi si ritrovano in guerra con la camorra.

La riforma delle riforme
Dunque, caro Prodi, non perda di nuovo l’occasione di fare qualcosa di serio e utile per il sistema-Paese. Interventi strutturali che non siano solo l’invio dell’esercito o della Protezione civile, estremi rimedi per mali estremi. Recuperi, fra le altre, la proposta di legge presentata tempo fa dal giuslavorista Pietro Ichino: un organo indipendente che vigili e valuti costantemente l’operato delle P.A. Per ridurre gli organici, sanzionare dipendenti e uffici inefficienti o, addirittura, inutili. Un lavoro da svolgere di concerto con la Corte dei Conti. La stessa che giorni fa ha presentato in Parlamento un rapporto sulla situazione della finanza pubblica delle Regioni: per la disastrata Campania ci sono circa quattro miliardi di debiti e circa novemila dipendenti. Ci pensi, caro Prodi, perché se nelle prossime settimane la Finanziaria uscirà dal Parlamento senza più le risorse destinate ai ministeri (fra cui quello dell’Interno e del Commercio con l’Estero), o agli Enti locali, chi pagherà a Bassolino e a donna Mastella le prossime gite fuori porta?




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9 novembre 2006

Bufale

L'ISTINTO IRREFRENABILE DI FICCANASARE
NEL SETTE E QUARANTA DI MOANA POZZI
di Alessandro Marchetti per
l'Opinione ilpungolo.com
 

La Repubblica degli Spioni
Ci risiamo. Come ci aveva anticipato l’estate 2006, presagio di sventura, siamo alla “Repubblica degli spioni”. Se non fosse che la vicenda riguarda la privacy di ognuno di noi, contribuenti, clienti e consumatori ignari, i titoli riportati sabato dalla stampa ricordano piuttosto una commedia di Totò e Peppino. Una “bufala” appunto. Non proprio, vogliamo sperare, la stessa di cui ha parlato Berlusconi a margine della fuga di notizie sugli spioni fiscali che per quarantotto ore hanno fatto disperare quanti sono ancora convinti di vivere in uno Stato liberale che garantisce i suoi diritti e interessi legittimi alla riservatezza.

Bufale DOC e non
Intendiamoci, non è che il Cavaliere non ci abbia preso.
Ma dietro la suddetta bufala mediatica, c’è cosa assai più seria. Perché la tendenza istintiva della stampa (almeno di quella più aggressiva) a gridare agli scandali politico-affaristici la si conosce, come anche si conosce la fame atavica che questo governo ha di strumentalizzare tutto il possibile al fine di distogliere l’attenzione da Finanziaria e dintorni. A quella di bufala, l’italiano attento non dovrebbe credere neppure un minuto. Figuriamoci se gli italiani si mettessero in testa di essere spiati, oltre che per telefono, anche nel portafogli; nelle stanze delle agenzie delle entrate come negli uffici della Telecom. In anni in cui si affronta una fase delicatissima di moltiplicazione dei canali di informazione, soffiare sulla fiamma del “guardonismo” fiscale sarebbe diabolico. Dunque stavolta, fra guardonismo e spionaggio, il salto è doppio e carpiato. Dunque pericoloso è soprattutto il rischio di assistere all’impotenza della politica di fronte all’ennesima manifesta emorragia di regole e trasparenza.
I tabulati telefonici ieri, il sette e quaranta oggi, e magari microspie ai muri domani. D’altronde è ancora fresca di giornata, nella memoria, la patetica mobilitazione parlamentare contro la pubblicazione e l’uso improprio delle intercettazioni. Risultato? Un provvedimento straordinario, il decreto legge, che assomiglia più a un inutile pezza del ministro Mastella che a un intervento serio che sia utile al Paese. 

Il silenzio delle Autority
Quello che più di una voce periodicamente invoca, ma che puntualmente su un muro di gomma finisce: la riforma delle autorità di controllo. E’ lì che deve portare una bufala mediatica come quella che gli italiani si sono visti rifilare in questi giorni. Dietro il velo delle chiacchiere c’è un panorama disastrato delle pubbliche amministrazioni, in cui quelle indipendenti appaiono oltretutto disarmate. Le cause le sappiamo. Ci si è affrettati tanto negli anni ’90 a istituire quelle Authorities che nei paesi anglosassoni hanno tradizioni centenarie, senza che la politica sviluppasse in parallelo una legislazione necessaria a creare strumenti e garanzie giuridiche al loro funzionamento. Non solo. Nel lento ricostruire i tratti della vicenda lo stesso viceministro Visco, pare abbia confessato la fonte del marcio; si tratta solo di impiegati “curiosi”.

Le responsabilità del Governo
Dunque caro Visco, lavori affinché non sia più consentito all’impiegato dell’Agenzia delle Entrate, magari annoiato o in pausa pranzo, di impicciarsi dei redditi della Ferilli o di Moana Pozzi come di questo o quel ministro. Lavori affinché tra i funzionari delle amministrazioni aleggi un monito alla discrezione e al rispetto delle regole. Tutto questo sia la ratio che animi una seria riforma delle amministrazioni pubbliche che, ultimamente, pare facciano acqua da più parti. Strutturale, e per nulla rivoluzionaria se si pensa che i padri costituenti nel fissare i principi che ispirano la loro attività sono stati piuttosto chiari: efficienza, efficacia, economicità e trasparenza. Lo sa bene Prodi e lo sanno bene quanti nel suo esecutivo lo hanno preceduto a Palazzo Chigi, a vario titolo (Massimo D’Alema in primis). A qualcosa di simile ha accennato pubblicamente il presidente del Consiglio, quando è stato attaccato sul suo passato professionale. Non basta. Si impegni adesso Prodi, formalmente, ora che le disfunzioni del sistema fanno perdere il sonno ai cittadini italiani se tanto ci tiene alla credibilità sua e del suo Governo.




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1 novembre 2006

Honoris Causae





Giovanni Sartori



Voto: Lode


Lode e basta, senza decimi. Yuppie lo sa che non è proprio liberale osannare questo o quel "venerato maestro" (per dirla con Edmondo Berselli), ma nello stesso tempo non può esimersi dal dichiararsi:
Yuppie ama quest'uomo.
Per quello ha scritto, per come fa eccellenza (100% italiana) nelle università americane e per quello che dice da quindici anni a questa parte sulle brutture e i drammi del nostro Paese; siano essi in Parlamento, in televisione o nelle aule accademiche. Con quel pizzico di conservatorismo sano che non concede millimetri a niente e a nessuno. (v. puntata odierna di Otto e Mezzo su La7)




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29 ottobre 2006

Veltroniadi

Yuppie prende in prestito da Lui l'illuminante commento di Giancarlo Dotto sulla Stampa di Torino di qualche giorno fa.
Complimenti a tutti e due. Tranne al sindaco di Veltronia, ovviamente.

Anche Yuppie spera che di qui a presto i romani si accorgano in quale città parallela viva il loro primo cittadino: un mondo in cui convivono orgiasticamente stelle delle cinema, palazzinari, veline e architetti stelle e strisce. Il tutto intriso di un 'atmosfera finto-kennediana.
Benvenuti a Veltronia.


BENVENUTI A VELTRONIA, RINASCIMENTO DE NOANTRI
di Giancarlo Dotto da La Stampa del 16 ottobre 2006


Sean Connery e Vincenzo Mollica, Nicole Kidman e Serena Dandini, Woody Allen e Francesco Totti. Hollywood e la Garbatella. Nel mondo perfetto di Veltronia gli opposti si incontrano, si baciano e si affacciano spesso dallo stesso balcone. E’ sempre festa a Veltronia, la città del tempo sospeso dove gli umani non sono vivi, né morti e nemmeno zombie. Sono icone o cacciatori di icone. Dispensatori o questuanti di autografi planetari. Pellegrini, turisti, cineasti, tifosi, non importa, purché masse in fuga dall’angoscia.

Ogni scusa è buona, questa volta è la settima arte, la prossima sarà la terza età o la quarta dimensione. L'icona assoluta è lui, Walter, il più amato ma anche il più angosciato degli italiani, inventore non a caso dello slogan «Nessuno resti solo». Un principe rinascimentale più che un sindaco. La sua corte è fatta di scrittori, musici e registi. Anime belle. I suoi assessori si chiamano Borgna e non Borgia. Gli intellettuali hanno profili delicati, soavi sentimenti e sorridono malinconici. Goffredo Bettini prima o poi scriverà il suo inno, Sandro Veronesi lo ha scritto già da un pezzo.

Il glamour di Veltronia è ormai leggenda. I suoi eventi sono già eventi solo per il fatto di essere annunciati. Reinventi il cinema o le notti, il successo è garantito. Il sindaco veglia, dosa, distribuisce, un asso a shakerare. Ingaggia James Bond e lo presta a pranzo a Berlusconi, si fa intervistare lo stesso giorno da Giuliano Ferrara e dal New York Times. Lo accusano di essere un patologico regressivo e un festaiolo impenitente? Ecco, in risposta, il ritratto ammirato di un docente della John Cabot University.

Nell'utopia realizzata di Veltronia sono allegri tutti, persino i tassisti, incazzati per definizione e per vocazione. C'è il sole quando serve, le notti sono bianche e le citazioni puntuali. Quando Walter cita il suo collega Galeano parte una ola, i suoi si danno il cinque. Non sgarra una citazione il Major. Non ti delude mai. Tutti in fila nel mucchio, compresa Barbara Palombelli, Rutelli in frac ma, peccato, senza cilindro, a ritirare il pass o l'invito. E se non sei uno dei cinquemila accreditati o diecimila invitati, è arrivato il momento di fare i conti con la tua vita, qualcosa non è andato per il verso giusto. Tutti in fila a sgomitare per un pezzo d'apertura anche i critici, che escono da anni di depressione. Prima avevano solo una mostra e ora ne hanno due, due mostre, la mostra Venezia contro la mostra Veltronia, Massimo contro Walter. Nel mondo perfetto di Veltronia le gaffe sono irrilevanti, gli incidenti insignificanti. Sfumano in lontananza le proteste dei senzatetto («Lotta dura casa sicura») e dei senzainvito. La rabbia di Sofia Loren (ma non è stata invitata nemmeno Silvana Pampanini). Nanni Moretti? Veltronia non si addice ai suoi cattivi umori. E Cacciari? Va a sfogarsi con un paio di ulcere e il mal di fegato a Markette. Lancia anatemi, interrato nella sua barba e nel suo rancore. E Walter che fa? Smania, si agita, risponde per le rime? No, stravince. «Sono troppo amico di Massimo e di Venezia, per replicare». Il suo modello, casomai, è la Las Vegas del suo altro grande amico Oscar B. Goodman. Siamo tutti amici di Walter o prossimi a diventarlo. L'ossessivo che è in lui deve tutto sanare e controllare. Leggendari i suoi sudori freddi. Anche le coliche hanno le ore contate a Veltronia.

Quando esagera con la festa e con la colica, va a espiare in Afriche lontane o vicine. Leonardo Di Caprio a Tor Bella Monaca è il suo capolavoro, la sintesi del suo mondo perfetto. Dove tutto si concilia. Dove il presente è bello, ma il futuro di più, è meraviglioso, e i giovani sperano, non si sa cosa, però scortati dalla voce di Fellini che evoca la Magnani. Nessuno resta solo a Veltronia. Guai a restare solo. I vecchi hanno l'assistenza telematica, i parchi saranno wireless e le navette passano ogni tre minuti. I muri non saranno più imbrattati e spariranno dalle strade anche le cacche dei cani. Anzi, i cani smetteranno di fare la cacca. Si capisce così perché il Paese si divida oggi tra quelli che vivono a Veltronia e quelli che aspirano a viverci. Inscatolati nel loro metallo, nella morsa del traffico, soffocati dai fumi della polluzione, i romani sospirano, pestano le cacche dei cani, qualche volta bestemmiano e mai parcheggiano. E invidiano molto gli abitanti di Veltronia.




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26 ottobre 2006

Sarchiaponi




Giampaolo Pansa


Voto: 9


Comprare i libri di Pansa per un liberale è un pò come scoprirsi meno solo. Ecco perchè, come per il "Il Sangue dei Vinti ", Yuppie si accosta a "La Grande Bugia" come un bimbo al suo primo regalo di natale. Sarà, perchè è curioso registrare il coro sfalzato di soprani, contralti e tenori che all'ennesima fatica storiografica di Pansa recitano la parte dei soloni della Storia.
Yuppie da anni sostiene che il "revisionismo" non esiste.
Dedicato a sia a chi è convinto che, a prescindere, un revisionista sia un delinquente solo perchè la parola fa rima con fascista, sia rivolto a chi ha consacrato l'antifascismo e la Resistenza religioni di Stato, come tale sacra e intoccabile compresa la vulgata che la circonda. Ed è proprio quella che Pansa vuole smascherare. Lo ha fatto in parte con "Il sangue dei vinti" proseguendo con "Sconosciuto 1945" e "Prigionieri del silenzio" e ora con quest'ultimo azzardo. A Pansa deve andare tutta la stima del mondo accademico liberale e democratico, per la grossa dose di coraggio intellettuale di cui si è armato di qui a cinque anni. Quello che a Yuppie non stupisce, dato che lo spirito liberale per i piemontesi sembra essere un respiro quotidiano (v. Einaudi, Passerin d'Entreves, Bruno Leoni, Ostellino,etc).
E il casalese Pansa non fa eccezione.




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14 ottobre 2006

I Agree

Delle metamorfosi kafkiane, vere o presunte, che starebbe subendo la Destra in Italia Yuppie vede solo i lamenti. E i cocci.
Il tutto sapientemente sintetizzato dall'ottimo PA : io so, che tu sai che lui sa. 

Ed ecco l'intervista a Marcello Veneziani sull'ultimo (il pen'ultimo ve l'offre Yuppie) tagliando post-elettorale sullo stato della destra italiana.

P.S : A questo punto non resta che prendere la tessera del New Tory, anche se (in amicizia) il nuovo simbolo fa schifo.




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12 ottobre 2006

Saranno Famosi

LA RIVOLUZIONE SILENZIOSA DI DANIELE
di Alessandro Marchetti per l'Opinione e TerzaRepubblica.it


Il destino di una poltrona
Scherzi del destino. Quando Daniele Capezzone è stato nominato Presidente della Commissione Attività Produttive, i più non ci fecero caso; eppure ad oggi i conti tornano. Perché esattamente come nella scorsa legislatura, anche oggi quella poltrona parlamentare sembra assolvere ad un ruolo ben preciso: rompere le uova nel paniere alla maggioranza di governo. E proprio da lì dove Bruno Tabacci, per cinque anni, è sembrato remare contro il Governo Berlusconi rinfacciandogli puntualmente le sue contraddizioni che in questi giorni Capezzone lancia l’ennesimo ponte ai riformisti del Polo: il tavolo dei volenterosi per cambiare la Finanziaria.

Rivoluzione silenziosa
Non è il primo "ponte" che il radicale lancia in favore del dialogo. I più attenti lo ricordano in estate impegnato a pubblicizzare il suo disegno di legge “sette giorni per un azienda”: quasi una summa del metodo Capezzone. La naturalezza nel coniare slogan ficcanti è una qualità che il segretario radicale condivide con i guru del marketing; in realtà è tutta farina del suo sacco. Almeno quanto gli appartiene la cultura e la formazione liberista imparata sui banchi della Luiss di Roma prima, dove Capezzone ha studiato, e sui banchi radicali poi. Se però la deregulation amministrativa per i giovani imprenditori non ha dimostrato sufficiente appeal, da qualche settimane le grida riformiste del segretario sembrano avere un certo eco. Ad oggi si contano, oltre ad una dozzina di parlamentari ( da An all’Italia dei Valori passando per i diccì) guidati dal capotruppa Tabacci anche esponenti della società civile. Perché se tutti sanno che dietro al co-ideatore del Tavolo dei Volenterosi Paolo Messa e la sua rivista Formiche c’è la regia di Marco Follini, non tutti si sono accorti del grande interesse che il dinamismo capezzoniano desta fra think thank e associazioni. Intanto ha incassato il plauso di Confindustria, felice che qualcuno si preoccupi di fargli restituire i fondi del Tfr. Nel complesso è un segnale chiaro all’Esecutivo e alle sue frange più estreme, che in questi giorni hanno avuto modo di mostrare i muscoli, non gradendo l’idea che un gruppo di “volenterosi” gli sfasci il giocattolo: la Finanziaria che toglie ai ricchi per dare ai poveri. Ma il segretario non sembra curarsene: la sua, anche stavolta, è una battaglia silenziosa. Quasi una rivoluzione visti gli effetti per le logiche di schieramento.

La via dei volenterosi passa fra le macerie del bipolarismo
La realtà è forse più sottile. Come qualcuno ha gia fatto notare, sia Capezzone che il suo predecessore sembrano avere l’orologio più avanti degli altri: nel coraggio e nell’intraprendenza di questo terzismo che avanza, c’è l’occhio lungo di chi ha capito i reali difetti del sistema Paese e sa muoversi fra le rovine di un bipolarismo malconcio. Creare varchi, lanciare assist al centrodestra stavolta ha poco a che fare con la banale realpolitik. Eppure qualcuno ha già intravisto l’inciucio dietro l’angolo di questa strana alleanza bipartisan: le idee e le riforme strutturali chieste dai volenterosi sarebbero solo prove generali per le grandi manovre di una nuova alleanza. Capezzone però da quell’orecchio sembra non sentire. D’altronde ha già dimostrato altre volte che alla “politica reale” del suo collega Mastella preferisce quella dei fatti.

Passione e tenacia del segretario sgobbone
Tuttavia per i fan del giovane segretario dei Radicali Italiani, non c’è poi molto da stupirsi. A differenza di quanti, fra i compagni viaggio in una Rosa nel Pugno palesemente appassita, da Maggio hanno decisamente cambiato marcia lui pare non cambiare neppure la cravatta. D’altra parte a Torre Argentina nulla è mutato da quando il segretario ha un incarico in Commissione; nonostante la fitta agenda parlamentare, quando può oggi come cinque o dieci anni fa torna a fare il segretario attivista. Un segretario “sgobbone”, tutta casa e partito, che è sempre il primo ad arrivare e l’ultimo ad uscire; meticoloso fino all’osso, ascolta tutti, simpatizzanti e non, con la pazienza propria più dei certosini che degli anticlericali. Addirittura, se non avesse chiuso il portiere, qualcuno giurerebbe che Daniele (come lo chiama chiunque frequenti il partito) rimanga in sede a passare la nottata. A lavorare si intende. Così come ha continuato a fare fino ad oggi per tentare di iniettare nella maggioranza un pò di sano riformismo liberale, peraltro in splendida solitudine.

Saranno famosi
Sembra quasi la “rivincita dei non allineati”, la storia che Capezzone si accinge a scrivere in questa legislatura, con il Tavolo dei Volenterosi, in Parlamento, e naturalmente in Commissione. Quasi fosse una poltrona con vista, quest’ultima sembra consolidarsi come osservatorio privilegiato sul sistema politico italiano che, confermata l’attitudine nel creare leggende su incarichi e posti di potere (v. Ministro della Giustizia), pare concedergli la licenza di andare controcorrente. In questi cinque mesi come spina nel fianco, Daniele Capezzone ha dimostrato di stare in media. Ne sentiremo ancora parlare.




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11 ottobre 2006

De Liberalia

La notizia è di quelle da mettere nelle prime pagine dei quotidiani.
A Yuppie piace pensare che, dato che non c'è rassegna che ne dia notizia (tranne ovviamente l'ottimo Massimo Bordin su RadioRadicale), almeno nelle Università ci sia spazio per Nicola Matteucci.

Aule, Istituti, Premi e tutto quello che un sistema universitario serio dovrebbe fare per ricordare uno dei più grandi storici dell'età contemporanea. Se non altro perchè quasi tutti, al liceo, abbiamo studiato la storia sul suo celebre manuale. 

Negli ultimi anni come presidente di Società Libera aveva ricreato, assieme a Giovanni Sartori, un comitato scientifico che riuniva il meglio del pensiero liberale italiano, uniti dal motto "pochi ma buoni".
Da Lunedi si sentiranno (ahime) un pò più soli, ed in via di estinzione.

P.S Yuppie prende a prestito da Krillix, efficiente come sempre, l'intervento del prof.Quagliariello (con cui Yuppie si appresta a laurearsi) al Senato proprio in memoria dello studioso scomparso. 




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9 ottobre 2006



RAGIONE E PASSIONE CONTRO L'IMMONDIZIA
di Alessandro Marchetti per l'Opinione 
ilPungolo.com


L'emergenza endemica
Questi giorni di informazione a singhiozzo, in cui la maggior parte degli addetti ai lavori (dalla carta stampata al web) hanno esercitato il loro diritto democratico allo sciopero, consentono di posare l’attenzione su questioni diverse dal Palazzo. E dalla Finanziaria. Una notizia in particolare è preziosa almeno quanto rara, e suggerisce una riflessione.
Si tratta della decisione del Consiglio dei Ministri di venerdì scorso di approvare un decreto legge su un’emergenza campana che forse, vergognosamente, un po’ tutti siamo abituati a dimenticare; mi riferisco all’allarme rifiuti. Dunque un provvedimento straordinario, qual’è un decreto legge, per una delle problematiche che negli Stati moderni, e specie in quelli regionali o federali, dovrebbe essere in cima alle priorità di un ente locale. Ma non in Italia. Non da noi. Tuttavia, si diceva, no è il momento per la politica, almeno non ora.

Cari napoletani non vi amo più
Alla notizia dell’ennesimo grido d’allarme che periodicamente si solleva da Napoli e dal napoletano a causa dell’immondizia, mi è tornata in mente una celebre polemica che nel ’93 il grande fotografo e pubblicitario Oliviero Toscani aprì proprio con gli abitanti di questa splendida città malata; l’autore delle celebri campagne per Benetton (ricordate i bambini di colore?) si trovava proprio a Napoli per imprimere sulla pellicola i suoi pittoreschi vicoli. Ne nacque una lettera che il fotografo riversò sulle pagine del Corriere della Sera, solo però dopo aver pubblicato oltre ai colori delle botteghe e dei vicoli, quelli del degrado e dell’abbandono dilagante che li incorniciano. Se non ricordo male sul quotidiano milanese si aprì un lungo dibattito in cui intervenne, in veste di principe del foro partenopeo, anche Luciano de Crescenzo. Da parte sua Toscani ne approfittò per una accusa a tutto campo sulla città e i suoi abitanti, in cui ci fu anche posto per i giovani che ancora morivano per strada per mano della camorra. Eccone qualche breve stralcio: “ Cari napoletani non vi amo più; mi avete fatto disamorare e ora non voglio più essere complice indulgente del degrado che aggredisce la vostra città. Sono un fotografo e il vero contributo che mi sento di dare è proprio quello di provocarvi, di sbattervi in faccia le istantanee che forse voi per abitudine non guardate più. (..)dopo una settimana passata da voi ho paura e mi fanno paura anche i De Crescenzo e i luoghi comuni sulla forza misteriosa della città il cui disordine protegge (cioè proteggerebbe) più dell'ordine di Milano. Non voglio più far finta che quella di Napoli non sia una tragedia”. Ecco, non so perché, ma non ho faticato un attimo ad attualizzare quello sfogo avendo ben presente quanto oggi quel degrado sia prossimo alla calamità naturale. Forse qualunque italiano, sensibile e attaccato alle proprie città come a un verso di Dante o ad un opera di Verdi dovrebbe gridare dalla rabbia come fece Toscani, la rabbia di uno che vede dissipare le proprie ricchezze.

In munnezza veritas
La cronaca oggi ci dice che, di motivi per disamorarsi della poesia di Napoli, ce ne sarebbero mille e più che allora. A Ottaviano, a Pomigliano d’Arco, a Boscoreale, si ammassano pile di sacchi lungo le strade, le cui carreggiate ora fungono da discariche a cielo aperto. Nell’area del Vesuvio, celebre per ben altri spettacoli, i turisti non sembrano più attratti: i cassonetti, invasi dall’immondizia, da qualche giorno prendono fuoco. Senza contare il flagello più invisibile e discreto ma assieme più atroce di tutti gli scassi e gli scippi : il puzzo.
In purgamentam veritas diceva Bellavista (il professore napoletano interpretato da De Crescenzo nel celebre film) parafrasando il noto motto latino che, in questo caso, sta a significare che invece del vino è proprio nella “munnezza” che sta la verità di un uomo.
 
Lo specchio della malattia
Se cosi è, oggi più che mai ogni cassonetto stracolmo ci racconta un’unica, sola verità su Napoli e i napoletani; che la città è oramai malata terminale. E quindi vengano le responsabilità. Tante, sicuramente troppe per riassumerle specialmente se vengono da lontano; troppo facile, addirittura presuntuoso pretendere di ricostruire in poche righe i perché storici della decadenza, poco nobile, di una capitale del Mediterraneo. Un passato il cui fascino è stato narrato da tutti, da Goethe a Pasolini.

Responsabilità
E il presente? Quello forse ci viene più agevole da trattare. Perché se per secoli Napoli e la Campania hanno visto passare gli eserciti di mezza Europa, tre o quattro dinastie di passaggio e in mezzo un gran via vai fra rivoluzioni mancate e moti carbonari, da tredici anni su città e regione regna una sola persona, di nome Antonio Bassolino. E se i conti non tornano è solo perché quando nel 2000 venne eletto alla presidenza della Regione , mentre era ancora sindaco di Napoli rimase il suo vice a reggergli il posto in caso fallisse. Tuttavia del suo regno incontrastato, seppure non s’è detto ancora abbastanza, più di tanto non si può parlar male: oggi lo smaltimento dei rifiuti e tutto ciò che comporta è di competenza della Provincia, trono che ancora manca alla sua collezione. Tuttavia ci basta quello che si vede e si sente oggi: come Sindaco di Napoli deve rispondere dello stato in cui ha lasciato la città dopo sette anni di amministrazione, come Presidente della Regione cosa ha fatto (in termini di investimenti,etc.) per esaltare la bellezza del territorio senza dissiparne il patrimonio. Le sue responsabilità bisogna pretendere, come quelle di tutta la classe dirigente campana.
 
Fino a quando i napoletani..
Direte voi, e le responsabilità dei napoletani, tanto invocate da Toscani? Nella sua lettera, il grande fotografo scrisse anche: “(..)Basta con questa retorica sulla vitalità di Napoli(..) non si potrà parlare fino a quando i napoletani continueranno a passare col rosso, a guidare come selvaggi, a buttare i sacchetti della spazzatura dalla finestra e a votare per Cirino Pomicino”. Chiaro no?




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8 ottobre 2006

The New Tory

Ecco un modo discreto e, tutto sommato, modesto per rimediare alla latitanza con il quale Yuppie cura il suo British Watch
Se la disciplina è british, Yuppie si sente terribilmente italiano:
 
E' di ieri un bel commento sull'Opinione, a proprosito del new tory che David Cameron sta lentamente costruendo, piuttosto che sulla sua, ad immagine e somiglianza di Tony Blair. ma non del suo partito. Potremmo quasi dire che Cameron studia da "blairiano". 
Ne abbiamo sentito, e ne sentiremo ancora parlare.




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5 ottobre 2006



UN OTTOBRE CALDO PER I TAXI DI VELTRONI
di Alessandro Marchetti per l'Opinione


Primi assaggi
Dalle liberalizzazioni, al blocco dei prezzi. Il mese che avrebbe dovuto dare ai romani una piccola grande rivoluzione in fatto di viabilità, promessa con uno slogan simile a “più taxi per tutti”, si apre rendendo omaggio più ai soviet che alla libera concorrenza. Difficile dire diversamente di una campagna che, nonostante la gloria dovuta all’accordo iniziale, ha trascinato Veltroni in una polemica trasformatasi presto in rissa. Come dimostra, fra le altre, l’opposizione intransigente in Consiglio comunale, condotta da An che con Alemanno ha saputo incalzare il sindaco a dovere, seppure dalla parte sbagliata. Già perché nell’estenuante trattativa, che, riapertasi dalla metà di settembre, era riuscita quasi a fare ombra alla politica nazionale, la categoria da un lato e il sindaco dall’altra, sembrano essersi dimenticati dei romani, pendolari e non. Da domenica dunque ecco la tariffa bloccata che le auto bianche faranno dal centro della Capitale, limitato dalle Mura Aureliane, agli aeroporti di Fiumicino e Ciampino (rispettivamente 40 e 30 euro la corsa). Alla faccia della liberalizzazione. Se pensavate che l’autonomia concessa ai comuni, con la delega contenuta nel decreto di luglio, desse un qualche stimolo alla concorrenza, beccatevi il blocco del prezzo.

La pax veltroniana anche sui taxi
Ma sono ben altre le vittorie che i tassisti romani hanno strappato nella trattativa per cui Veltroni ha fortemente insistito, anche a dispetto di chi tra le sue file già temeva la bagarre dovuta a qualche strumentalizzazione. Ma occorre fare un passo indietro: dopo che il 17 luglio l’Italia pendolare aveva tirato un sospiro di sollievo per la chiusura del drammatico tavolo fra Governo e cooperative dei tassisti, è toccato a Veltroni giocarsi la sua partita. Convinto di giocare sulla corsia preferenziale del dialogo con le sigle sindacali, il sindaco capitolino, rimasto il diretto interlocutore nonostante le modifiche al decreto Bersani, ha aperto la trattativa in Comune il 24 luglio. Obiettivo: il miglior servizio possibile per la Notte Bianca del 9 settembre, e il maggior numero di macchine in tempo per la grande Festa del Cinema, dalla metà di ottobre. E la rielezione è assicurata. Così dopo tre ore fitte di botta e risposta in Campidoglio, Veltroni e l’assessore Calamante sembrano soddisfatti dell’accordo trovato; più taxi in strada subito (già dal 27 luglio) e, a settembre, 2.500 auto in più, con l’estensione della licenza a familiari o dipendenti del tassista titolare.
Entro dicembre, infine, sarebbero state rilasciate 450 nuove licenze. Oltre all’entrata in vigore della famigerata tariffa fissa Roma – Aeroporti. Tutti contenti e Veltroni che parlando di “accordo storico”, si affigge un’altra medaglia e incassa il plauso “liberalizzatore” di Bersani. Tutto fila liscio, tanto che il sindaco Ds sembra davvero quel garante della “pax” cittadina, capace di qualsiasi mediazione.

La beffa non detta
Sarà, ma di questa finta concordia capitolina, l’unico a dover essere in guerra è il consumatore ignaro. Perché già allora Walter il pacificatore si dimenticò di pubblicizzare l’altra faccia della medaglia. Fatta appunto, oltre che della famigerata tariffa fissa Roma – Aeroporti, della possibilità per le sigle cooperative di rialzare le tariffe ferme da tanti anni. Oltre tutto la piccola rivoluzione veltroniana se da un lato ha effettivamente prolungato gli orari di uso di ciascun taxi, ossia di ciascuna licenza individuale, dall’altro ha conservato il regime di licenze attuale, basato sulla assegnazione solo a persone fisiche; in pratica rimane il regime in base a cui la licenza è intesa non come "autorizzazione" a esercitare un servizio per chiunque ne abbia i requisiti, ma come "concessione" comunale, basata su una programmazione a numero chiuso precostituito.

Cronache marziane
Come se non bastasse, ecco le cronache folli di queste settimane. A partire dal 13 settembre, due giorni prima dell'entrata in vigore dell’accordo, Roma riprecipita nel caos: code di clienti inferociti alla stazione Termini e addirittura 300 fra turisti e non, fermi a Fiumicino (fra cui la scrittrice Dacia Maraini che scriverà all’amico Walter). Da lì l’eterna ferita riaperta della viabilità disastrosa, che i tassisti rinfacciano da anni al sindaco, reo di non occuparsi di corsie preferenziali e trasporti pubblici che, inevitabilmente, in certi orari, scaricano tutti sulle poche auto bianche in circolazione. Ad oggi il bilancio di un mese di polemiche è più disastroso che mai: Veltroni propone il monitoraggio satellitare e i tassisti preannunciano tariffe più alte; lui rilancia con le 2.500 auto in più e loro minacciano la paralisi. Intanto in mezzo ai due litiganti, c’è il cittadino romano che per arrivare a Fiumicino paga 40 euro anche se sono le due di notte e non c’è anima in giro. Fate voi.




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5 ottobre 2006

Montezemoliana

ASSOLOMBARDA, L'INCUBO DI MONTEZEMOLO
di Alessandro Marchetti per
TerzaRepubblica.it



Incubi
Altro che Tfr. L’incubo di Luca di Montezemolo si chiama Assolombarda.
Quando il Presidente degli industriali ha ricevuto la notizia di un comitato di presidenza straordinario, proprio nella sede milanese dell’associazione, deve aver avuto il suo bravo mal di pancia. Pietra dello scandalo, com’era nell’aria, i provvedimenti della Finanziaria su Tfr e cuneo fiscale; difatti nonostante le promesse fatte in campagna elettorale, il Governo Prodi si trova a trattare con la Confindustria proprio quel taglio al cuneo fiscale, ossigeno per il tessuto delle PMI su cui si basano molti distretti industriali del Nord-Est. Ma oltre a questi incentivi, a scaldare la piazza confindustriale ci si mette anche la decisione di spostare le risorse per il Tfr (Trattamento di Fine Rapporto) dalle imprese alle casse dell’Inps. Padoa-Schioppa fino ad ora si è difeso a dovere nel suo intervento alle Camere, richiamando le parti alla necessità di uno sforzo per risanare i conti pubblici, che deve venire anche da chi appartiene al “ceto dirigente del Paese”.

Fra Governo e martello
Dunque qualunque riferimento a cose e persone non è puramente casuale: una sonora tirata d’orecchie a chi aveva assicurato giorni fa l’impegno degli industriali a “fare la propria parte”, ma che ora sembra davvero trovarsi fra l’incudine e il martello. Martello che si è già fatto sentire la scorsa settimana, quando nella furibonda e surreale assemblea di Confindustria del 28 settembre, la platea degli industriali ha conosciuto per bocca del suo Presidente il contenuto della manovra 2007; riduzione di un solo punto e mezzo del cuneo fiscale a carico delle imprese, incentivi ridotti alle bricole oltre al famigerato smacco del Tfr. E a viale dell’Astronomia è venuto giù il finimondo. Allora, lo sgomento più sentito giunse dal folto gruppo di imprenditori riuniti nella Piccola Industria guidata da Giuseppe Morandini, che ben presto si fece ira furibonda: parole grosse e ogni sorta di contumelia sembra sia volata all’indirizzo del Governo e di Prodi. Gli imbarazzi, tutti di Montezemolo, non devono essere bastati a placare la rabbia di una platea tutt’altro che rassegnata. Dalla surreale ipotesi di piazza, millantata da i più inferociti, si è poi giunti ad un compromesso al ribasso col brusco comunicato emesso dal vicepresidente Emma Marcegaglia a nome della Giunta.
 
La rivolta delle PMI
Aldilà dello sviluppo di una battaglia annunciata, a cui il governo ha risposto peraltro timidamente con la semplice promessa del ministro Damiano a un tavolo di concertazione sul Tfr, resta fra gli industriali più di una crepa, dove Montezemolo rischia di cadere prima del tempo. Due principalmente: in primis, un dissidio tutto politico interno che schiera una maggioranza trasversale decisa a non spostare di un millimetro le richieste sugli incentivi, formalizzate in campagna elettorale. Nella stessa giunta, non sono in pochi a lamentare l’eccessiva cautela quasi rassegnata della linea Montezemolo: se si fa eccezione per il fedelissimo Pasquale Pistorio, nella Giunta confindustriale gli uomini del Presidente sembrano in effetti dileguarsi di fronte alle prospettive di una Finanziaria punitiva per le fasce più dinamiche del Paese: le PMI. A non credere più di tanto alle promesse del Governo c’è addirittura Anna Maria Artoni, che in primavera stava per accettare un posto nell’Esecutivo di Prodi, per non parlare dell’Unione Industriali di Padova (nota roccaforte del centrodestra) che in questi giorni si è espresso più o meno così nel suo ultimo direttivo “una manovra miope che reca il marchio ideologico della sinistra massimalista, con la prospettiva di creare un solco con le aree più produttive del Paese”.
 

Faide
Ma questa è solo la prima, contingente, frattura che il vertice di Confindustria ha da ricucire. L’altra, assai più profonda, viene da lontano e si chiama appunto Assolombarda. Se è proprio dagli industriali lombardi che nel febbraio 2004 venne il nulla osta definitivo alla nomina del Presidente Fiat da lì probabilmente arriverà anche il benservito. L’associazione guidata da Diana Bracco, che conta più di un falco ostile alla gestione montezemoliana, ha avuto diverse occasioni in questi anni per fare muro di fronte al clan del Presedente; in più col tempo ha imparato a farsi i muscoli, rinsaldando il legame col tessuto imprenditoriale della provincia. Metti anche un’asse stabile e proficuo con gli Enti Locali, in Lombardia veri e propri partner delle imprese negli investimenti, e il gioco è fatto: senza dimenticare che due su tre (Regione e Comune) sono in mano al centrodestra e a Forza Italia.

Assolombarda alle grandi manovre
Un ombra lunga quella di Assolombarda che non ha alcuna intenzione di sparire dal profilo di Montezemolo. Almeno non prima del 2008, quando si rinnoverà il vertice di viale dell’Astronomia, che da ben due mandati non tocca agli industriali lombardi. I nomi di Alberto Bombassei, della Bracco e dello stesso Confalonieri circolano già da tempo negli ambienti confederali, i quali vista la latitanza berlusconiana dalla politica attiva quasi avvertono aria di ribaltone. Intanto c’è da chiarire l’attuale inerzia presidenziale verso la Finanziaria. Malesseri che, c’è da starne certi, verranno rinfacciati prontamente all’imminente meeting che i Giovani di Confindustria hanno in programma a Capri, salvo poi “attavolare” un qualche compromesso con gli ospiti, fra cui Padoa-Schioppa. Poi si vedrà. Tuttavia già da questa partita, si possono intravedere le sorti della futura leadership del capitalismo italiano. Chissà che una leadership “lombarda”, da rappresentanza forte del Nord produttivo e dinamico, non diventi un comodo pulpito da cui fare opposizione




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3 ottobre 2006

Flashback calcistici

URBANO E ZAC, COME SILVIO CON SACCHI
di Alessandro Marchetti per l’Opinione

Flashback
Dite la verità. Quanti di voi, tifosi milanisti, ascoltando sabato sera le parole di Urbano Cairo hanno rivisto la grinta di un Berlusconi d’annata: “Dobbiamo andare avanti, abbiamo un progetto da portare a termine. Io non mollo”. Se non ci fossero esattamente vent’anni a separare i due episodi, giureremmo che il copyright delle dichiarazioni di Cairo a margine di Torino-Lazio siano proprio dell’ex Presidente del Consiglio. Perché più o meno vent’anni fa proprio Berlusconi (che allora aveva il giovane Cairo come segretario personale) dopo essersi convinto che era ora di “regalarsi” la squadra del cuore allegata a qualche innesto di valore, piazzò sulla panchina del Milan un romagnolo tenace, ostinato, dalle idee rivoluzionarie in fatto di pressing e zona. Ed è proprio sull’orlo del baratro, intravisto dopo una sconfitta sonora con la Fiorentina e l’uscita precoce dalla Coppa Uefa, che vent’anni fa un rampante Berlusconi disse alla promessa Arrigo Sacchi: “Vada avanti, vedrà che alla fine avremo ragione noi”. Tale maestro, tale allievo.

Il segreto di un calcio vincente
Memorialistica a parte, perché è interessante sottolineare il gesto di Cairo, tanto inusuale quanto deciso e convinto? Forse perché nel calcio, oggi più che mai, piuttosto che le idee ferme di un Presidente-Padre vale la legge, ferrea e spesso perversa, del risultato a tutti i costi.Quel meccanismo esasperato che porta spesso ha fare scelte dannose anche se apparentemente in linea con il trend del mercato del pallone: stravolgimenti e spese folli spesso invocate dal furore della piazza che al primo passo falso torna a chiedere la tua testa. A Milano poi lo sanno bene, se pensiamo che da vent’anni l’altra metà calcistica sembra sposare questa filosofia, nonostante gli sforzi e la passione, ereditata, di un altro Padre-Presidente. Con i risultati che sappiamo. Tant’è che le squadre di calcio che nell’era globale, oltre a vincere, sopravvivono alla corsa all’indebitamento e al bilancio falsato li ritroviamo dove sappiamo: oltremanica piuttosto che in Spagna, dove a tradizione e blasone di società antiche si uniscono sapienza nella gestione e un’apertura totale a servizi e merchandising. Sappiamo anche però che tutto ciò in Patria è ancora sconosciuto ai più. Tuttavia se quel modello, in breve, può essere il presente e il futuro del calcio moderno, uno sguardo al passato forse non guasterebbe. Eppure qualche buona ricetta l’abbiamo esportata. E pure vincente.

Piccoli Berluska crescono
Deve saperlo bene Urbano Cairo che sulle orme del Cavaliere, appena ha potuto, si è comprato il giocattolo: mettendoci dentro un po’ di quattrini e qualche piede buono (gli esperti confermeranno). Ma soprattutto memore degli anni passati appresso a un capo rampante, ha scelto un romagnolo testardo e anche lui rivoluzionario nel suo mestiere (che guarda caso il suo maestro aveva rifiutato) e ora spera nel suo piccolo grande miracolo. Quasi quasi a pensarci bene più che vittima dei luoghi e dei tempi il neo-presidente del Torino Calcio, tempi e luoghi sembra proprio cercarseli. E con quelli il successo, Allora, se il calcio italiano ha davvero qualcosa da “imparare”, ridotto com’è dopo la stagione dell’espiazione fra le altre cose anche da bilanci truccati e in rosso, forse farebbe bene a prendere esempio dai Cairo che, viste le orme del maestro, ha tutte le carte per vincere la sua partita. Auguri.




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2 ottobre 2006

(Tele)commedia


CARO PRESIDENTE, CI TRANQUILLIZZI
di Alessandro Marchetti per Legnostorto.com e ilPungolo.com


Perchè non credergli?

Romano Prodi ha parlato. Di fronte agli italiani in diretta televisiva, ha confermato quanto detto sul caso Telecom: mai saputo dei piani di Tronchetti Provera, non sarebbe esistito alcun piano di riassetto, per il quale il povero Rovati avrebbe pagato ingiustamente, falciato dalle strumentalizzazioni. Questo il nocciolo della difesa personale che il Presidente del Consiglio ha alternato ai toni della accusa, a cui ci aveva gi abituato in questi giorni. Dunque, nulla di nuovo. Giunti a questo punto qualsiasi buon cittadino avrebbe il diritto di credere al suo Presidente del Consiglio: ce l’ha assicurato e l’ha addirittura ripetuto in Parlamento. Perché non dovremmo credere ad un Governo che di fronte alla notizia di un dossier ufficiale della Presidenza del Consiglio sul riordino di Telecom, risponde che è matto chi pensa che debba venire in Parlamento a riferire? Perchè non dovremmo credere ad un Governo che prima accetta, poi ritratta, poi ci ripensa, poi rilancia sulla necessita di fare chiarezza? Perché non dovremmo contare sulla sua assoluta buona fede?
Ce ne sarebbero, Caro Presidente, di buoni motivi per cui il cittadino di un Paese liberale avrebbe da dubitare di un Governo simile (specie considerando le vicende dell’azienda Telecom che nel frattempo subisce un cambio ai vertici un tantino rumoroso). Ma mi preme chiarire altro.


Clanismi
Come ha commentato, con la consumata arte, Giuliano Ferrara in un editoriale sul suo “Foglio”  la provocazione più legittima che viene da fare a Romano Prodi è di essersi tanto speso per accreditare a Palazzo Chigi il suo clan personale. Consiglieri, consulenti e portavoce, per lo più banchieri d’affari o dirigenti d’azienda, gia Prodi boys durante i giorni dell’Iri (come li ha chiamati Massimo Pini). Una logica “clanista” quella di Prodi che lo porta, comprensibilmente, a circondarsi di amici fidati utili a controbilanciare la sua solitudine partitica. Questo in breve il sottobosco governativo, spiega Ferrara, che avrebbe partorito l’affaire Telecom e che continua a fare da corte a Prodi.
Quasi una critica di costume, quella del giornalista. Meno di costume e più propriamente politica quella fatta in aula dal gruppo di Forza Italia, che per bocca di Tremonti ha accusato Prodi di “fare affari”.

Brividi statalisti
Ora, premesso che in Politica vige la logica dello scontro frontale in cui le parole sono sassi, che se gettati non si possono poi nascondere, il fatto di avere un “clan”, per dirla con Ferrara, che fa affari per il Governo e per il proprio Paese non compromette affatto legittimità e credibilità di un premier. In democrazia, gli U.S.A ce l’ho insegnano, “gli uomini del Presidente” sono sempre esistiti: quello che volevamo sapere, Caro Presidente, è se i suoi uomini avevano in mente di fare affari con un’azienda quotate in Borsa, di proprietà di migliaia di investitori.
Il cittadino, contribuente, risparmiatore di una democrazia liberale voleva tranquillizzarsi sull’ipotesi di nazionalizzare la rete telefonica, a cui molto probabilmente è abbonato e che guarda caso proprio Lei ha contribuito a, mal, svendere. La sensazione è che sia ancora agitato.

 




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27 settembre 2006

Ghost Writers in difficoltà

Non c'è che dire, questo è giornalismo di Serie A.

Da Andrea's version di oggi, 27 Settembre 2006:

"Non ci sarebbe alcun bisogno di confessarlo, ma lo ripetiamo per l’ennesima volta: non capiamo assolutamente nulla, oltre a tutto il resto, di giornalismo economico. Dev’essere stato quindi per farci del male che negli ultimi giorni ci siamo incaponiti a seguire con maniacalità particolare le fatiche di quel principe del giornalismo economico che risponde al nome di Giuseppe Turani. Il quale il primo giorno ha scritto: ah, come sarebbero integrabili Tim e Mediaset, così integrabili che sarebbe bellissimo se Berlusconi le mettesse insieme. La volta dopo ha scritto: ah, sono proprio convinto che Berlusconi farebbe bene a comprarsi Tim, e non solo ne sono convinto, penso anche che sia una delle poche soluzioni ragionevoli e possibili. La terza volta ha scritto: bah, si parla tanto di Tim e Mediaset, io penso però che per un’operazione del genere Berlusconi sia ormai troppo vecchio. Ora. Essendo noi convinti al cento per cento dell’assoluta autonomia e della proverbiale indipendenza di Peppino Turani, ci siamo domandati: ma che cazzo vuole Carlo De Benedetti?"


La risposta è tutt'ora ignota a tutti. Chiunque ce l'abbia si faccia pure vivo.




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27 settembre 2006

Dopo il caos, Eutanasia

Con la confusione che la politica si trova a gestire (male fino a adesso) in questi giorni ci mancava solo il dibattito sull'Eutanasia. E non perchè, come dice il ds Luigi Manconi (apprendista sociologo, già "dirigente" di Lotta Continua) "la politica una volta non si occupava di queste cose".

Forse un giorno, la nostra classe dirigente imparerà a non fiondarsi nelle più alte dispute di coscienza, solo per difendere al primo richiamo un Papa un difficoltà.

Stavolta scrive bene Michele Serra, anche se lo fa su un quotidiano che a Yuppie non piace citare.

Chiaro, tondo, e con la freddezza del caso.





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28 agosto 2006

Autunni Caldi

Ciao a tutti, blogofili e non
Yuppie riprende le trasmissioni da oggi, dopo le vancaze estive. Con un commento al vetriolo su uno dei tanti "autunni caldi" che si preannunciano per la nuova maggioranza.
Da bravi thatcheriani torneremo presto a vigilare sulle tanto attese liberalizzazioni prodiane.
Yuppie sarà implacabile.


L'AUTUNNO CALDO DELLA RAI TRA LOTTIZZAZIONE E DEBITI

di Alessandro Marchetti per l'Opinione


Un'occasione persa
Rimandati a settembre.
I ripetenti stavolta sono gli attuali vertici Rai, rèi durante le vacanze di non aver dato il buon esempio nell’ennesima
estate intossicata dagli scandali. E’ evidente che la sciagurata vicenda di sesso e potere consumatasi in casa Rai, che potrebbe quasi far da soggetto a un film della Wertmuller, non è sembrata ai vertici aziendali una buona scusa per mettere da parte le lotte intestine. In fondo sarebbe bastato optare per un’estate low profile, tutto quiete e discrezione; invece chi vuol raccogliere le ultime novità su Viale Mazzini non trova altro che i bollettini di guerra fra il cda e la nuova maggioranza. Orge di poltrone, totonomine, ricatti trasversali e ribaltoni aziendali sono quanto si ricava da un breve giro di agenzie.

La lottizzazione non va mai in vacanza

Lo spoil system continuamente rimandato dal centrosinistra sembra dipendere molto dalle intenzioni di alcuni consiglieri d’opposizione, Antonio Petroni in primis, a lasciare il seggio in Cda. A quel punto si creerebbero le condizioni, per la Commissione di Vigilanza, di riordinare il consiglio in vista dell’imminente ricambio di direzioni di rete e di testate: ad uso e consumo di una maggioranza piuttosto assetata di poltrone. Non basta. Nel caso in cui Petroni lasciasse, gli equilibri introdotti dalla Gasparri prevedono la nomina d’un presidente d’opposizione. Ecco allora l’asse inedita Petroni-Petruccioli, il quale da Capalbio non fa che lanciare ponti in favore del consigliere forzista in modo da garantire la sopravvivenza degli attuali assetti, o, verrebbe da dire, di qualcos’altro. Tutte prove di forza che, data la calma apparente, non ci si immagina. Tutto questo senza tener conto del valzer di nomi che hanno ufficialmente aperto i dirigenti ulivisti in queste settimane. Prospettive su cui si giocano i rapporti fra i futuri leader di un eventuale Partito Democratico. Ed è proprio dal buen retiro di Capalbio che la sinistra italiana elabora le strategie per l’autunno caldo, disturbando in parte la tranquilla cartolina che ogni estate ci arriva dal litorale toscano; ritratta, l’intera intellighenzia politico-cultural-aziendale “de sinistra”.

Vuoti di potere

Dunque niente di nuovo, malgrado scandali ed epurazioni. Niente è però anche quanto rimane di un dibattito che fino ad alcuni mesi fa sembrava imprescindibile. Quello sul futuro societario dell’azienda. Ripensare la mission del servizio pubblico, nell’era del digitale terrestre e dell’informazione globale. Questo era quanto avevano scandito, in maiuscolo, non solo l’attuale presidenza ma anche il dimissionario dg Meocci. Alzi la mano chi ne ha più sentito parlare. Eppure quando in primavera Claudio Petruccioli presentò alla Vigilanza il suo progetto per un nuovo assetto dell’azienda di Stato, non in pochi gridarono, compreso il sottoscritto, ad un miracolo di San Francesco da Sales protettore dei giornalisti. L’idea, in breve, era di costruire una rete di soci, fra gli enti e le fondazioni (fra cui banche, etc.) che permettessero una governance flessibile e compatta di cui ha bisogno oggi un Polo di informazione, salvaguardando assieme una certa offerta formativa. Bello sforzo, qualcuno disse. D’accordo: anche chi non ha buona memoria ricorda nella storia della Rai, più chiacchiere e buoni propositi che altro, tanto da non bastare mai cautela e diffidenza; tuttavia forse allora valeva la pena di gridare al lupo. Sarà perché dopo tanti anni di tavole rotonde e dibattiti, appelli contro la partitocrazia endemica, proprio dal primo Cda post-Gasparri si alzava una voce concreta ed equilibrata per uscire dalle sabbie della lottizzazione. E proprio da loro poi, uomini ed esperienze da sempre legati, chi più chi meno, al passato dell’azienda e ai suoi interessi di parrocchia. O forse perché nella lenta estate italiana, quella dell’Anno 0, di Calciopoli e del Lazio-Gate si (s)conta anche un certo “Vallettopoli”, variante televisiva di quel disgustoso sport nazionale che è diventato lo scandalo mediatico. Tuttavia se pure di chiacchiera non si trattava, quella di Petruccioli sembra esser finita come tale. E invece no. E’ proprio per tutto quello che si è detto, sulla triste congiuntura che ha colpito anche viale Mazzini, che ben venga il Lodo Petruccioli anche se solo in embrione, magari assieme a un pizzico di responsabilità.

Compiti a casa
Per l’autunno al nuovo direttore Claudio Cappon, verrebbe quasi da dare i compiti a casa: valorizzi col tempo tutti quei professionisti rari superstiti di un giornalismo serio ed obiettivo, gli affianchi i giovani più brillanti, che guarda caso vengono dalla scuderia Rai e magari, rintanati nelle stanze di via Teulada, non aspettano che la chiamata giusta. Nelle testate spazio a chi l’esperienza ha preferito farsela sul campo, piuttosto che nelle anticamere ministeriali. E, magari una piccola campagna acquisti fra radio e carta stampata, battendo una strada già felicemente imboccata dalla concorrenza (vedi La sette). Insomma se pulizia deve essere, e sia. Questo senza mettere in conto alla Rai le pendenze finanziarie che, inevitabilmente, verranno a galla nei prossimi mesi. Un’indagine fatta dall’azienda e commissionata da Petruccioli stesso, parla di un disavanzo 2006 di circa 40-50 milioni di euro. Il che nei prossimi mesi costringerà il nuovo dg a batter cassa direttamente all’esecutivo, nella persona del ministro dell’Economia, ad oggi detentore dell’intero pacchetto Rai.

Come sta il cavallo morente?
La morale è semplice. Gli introiti derivanti dal canone (un miliardo e quarantotto milioni stando al 2005), non sono più sufficienti a sostenere, come da Convenzione, i costi del servizio pubblico. Il tutto fa pensare ad un autunno quantomeno indigesto, non solo per le casse dello Stato, o peggio ancora per le tasche dei contribuenti, ma anche per il ministro Gentiloni; il quale oltre a rivalutare l’intera Gasparri, con annesso il famigerato censimento delle frequenze, dovrà arginare le crepe finanziarie di una Rai ormai inadeguata alle logiche commerciali del mercato radiotv. Insomma, parafrasando il fortunato saggio di Chiarenza sui primi venticinque anni di servizio pubblico, tutto ci pare fuorché di essere fuori luogo. In fondo che volete che siano trent’anni di agonia.




permalink | inviato da il 28/8/2006 alle 17:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa



8 giugno 2006

Brividi

In giornate come queste, dense scadenze e avvenimenti, in cui soffia il vento delle velleitarie speranze (Mondiali e non), qualche brivido sinistro per gli amanti del garantismo in questo Paese:


"Non si può dire che ci sia un pentito. (..)Se mi domandate di confessioni finora, non ce ne sono state"

Francesco Saverio Borrelli, Capo Ufficio Indagini Figc, a proposito dei primi interrogatori su Calciopoli


"Diciamo subito una cosa: in questo processo (Processo Cusani, ndr) non c'è stato un pentito. Anzi in questa inchiesta, Mani pulite, non c'è stato un pentito che è uno. (..)Nessuno delle persone che hanno avuto a che fare nell'ambito dell'inchiesta, si è mai sognato di fare un pentimento biblico, a cui non potevano fare a meno per stare a posto con la coscienza"

Antonio Di Pietro, Pubblico Ministero durante la requisitoria Cusani, nell'inchiesta Mani Pulite 


Strano Paese il nostro: dopo tredici anni, le stesse persone con gli stessi metodi, di fronte agli stessi sintomi. 
Ci sarà anche la stessa sentenza?




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